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Filo Dei Genitori

Fotografie in quarantena

Tutti i giorni guardo i miei figli e mi domando se quando saranno grandi si ricorderanno di questo momento o se stanno semplicemente pensando che ci siamo persi le chiavi di casa e fra qualche anno non ci penseranno più. Ma ne sono curiosa e vorrei sapere se la fotografia che stanno immortalando dentro il loro cervello in questi giorni ha i toni sbiaditi della polaroid dimenticata sul frigorifero e che, a forza di batterci il sole sta scomparendo, manco fossimo nel film di Ritorno al futuro, o se ha la forza di un’immagine che riesce ad attraversare confini spazio temporali, come quando attraversi in compagnia delle strisce pedonali e vieni catapultato a Abbey Road nel 1969. Allora penso che alla fine di questo lungo letargo ci saranno cose che passeranno e scivoleranno via e ci saranno cose che lasceranno il segno come un’impronta scolpita sulla pelle. 
Mio figlio Giorgio che dopo essere stato invitato a sistemare i pennarelli abbandonati selvaggiamente sul tavolo in cucina e viene, pure educatamente, ripreso per l’impresa vana di ficcarli a forza in una scatolina già traboccante di colori, ci rinuncia, urlando per tutta la casa Ma non è possibile, ma non è possibile! (il tono era così deciso che il sottinteso, ce l’avete tutti con me, è solo in fase di elaborazione). Ecco questa è un’immagine che sono sicura rimarrà nella memoria perché questa rabbia compressa mista a frustrazione incompresa con sfumature isterico-autolesionistste sono sicura che avrò il piacere di riassaporarla quando in casa arriveranno le prime crisi mistiche adolescenziali. E allora mi ricorderò che quella sofferenza  è paragonabile a quella che sto sperimentando ora, silenziosamente, dopo due mesi che sono chiusa in casa, con due balconcini dove in uno ci tengo scopa e mocho e nell’altro lo stendino.

Mio figlio più piccolo, Pietro, che ormai inizia ad usare il Coonavius come alibi per fare o meno le cose che ha o non ha intenzione di fare.

No, Roma chiusa. C’è il coonavius.
Nonni no chiusi. Coonavius, pum pum! Amo fuori?

No, Pietro, non si può.

Coonavius? Pum, pum!

Ecco, mio figlio che spara al virus, senza nemmeno usare il dito come grilletto, mi dà la forza di far passare un giorno dopo l’altro, per la curiosità di arrivare a quello fatidico in cui, magari riuscirà davvero a sconfiggere il male nel mondo, in un modo o nell’altro, o magari, anche no. Ma la curiosità di saperlo è quella che vale ora.
Poi ci sono le cose che sicuramente non rimarranno impresse, non sono degne di nota e le butterò giù così, come Pollicino che ha seminato le briciole di pane che sono state beccate dal primo uccellino che passava di lì, vanificando ogni sforzo. E sono tutte le linee ferroviarie che ho costruito: ferrovie dalle forme più strane, a esse, a otto, a due piani, a spirale, a rette parallele che, giustamente, per definizione, non si incontreranno mai, ferrovie con ponti, ponti levatoi o successione di ponti simil montagne russe, passaggi a livello con lupo o senza lupo, ferrovie destinate inevitabilmente a non chiudersi mai perché, quando entra in gioco uno scambio, i due pezzi di binari che chiudono il puzzle hanno entrambe le estremità incompatibili. Ma vi eravate mai accorti che nei set ferroviari non riforniscono mai di pezzi maschio maschio?

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