Per raccontare la storia della mia quarantena londinese dovrei impelagarmi in digressioni sulla gestione politica dell’emergenza. Un territorio fitto di insidie nel quale preferisco non addentrarmi. Di fatto, per come la cosa è stata annunciata e gestita, le strade non sono mai state veramente deserte, le scuole mai veramente chiuse, le persone (la maggior parte) mai del tutto consapevoli.
Siamo stati noi come famiglia, insieme a tante altre famiglie, a costruire (o ricostruire) il nido. La casa è diventata il rifugio, la tana ma anche una fucina di attività per reinventare il tempo e starci dentro. Io e mio figlio (e la mia pancia gravida) passiamo la maggior parte del tempo qui.
Mio marito fa il postino, non ha mai smesso di lavorare e trascorre tutto il suo tempo libero a giocare col piccolo e ad insegnargli ad andare in bici. La stanchezza non manca. Abbiamo deciso di dedicare le mattine alla scuola, per mantenere vivo quel filo (costruito con impegno) spezzato da ungiornoall’altro. E poi giochi, letture, disegni e invenzioni. Il giardino nei giorni di sole è diventato una villeggiatura e il parco dietro casa la fuga perfetta per avventure prendifiato e corse a perdifiato. Raggiungerlo implica schivare le persone per strada, per correre quei pochi metri a zigzag tra un marciapiede e l’altro.
Non guardiamo più il notiziario in presenza di nostro figlio che a luglio compierà 5 anni.
Abbiamo cercato di spiegargli del virus, gli abbiamo detto che tante persone stanno lavorando per trovare una soluzione e che bisogna solo avere pazienza. Lui parla del corona e talvolta lo disegna. Camminando nel parco sono combattuta tra insegnargli ad essere prudente e non avvicinarsi troppo agli altri e lasciare che corra libero e fiducioso. Permettere che esprima il suo spirito avventuroso ed esplori la natura credo valga per la sua crescita e dil suo benessere piú di mille lezioni di spelling. Abbiamo lavorato parecchio perchè superasse alcune chiusure e timidezze, entrasse in contatto con gli altri con serenità, uscisse dal suoguscio. E proprio mentre si godeva i risultati di questo processo abbiamo chiuso e isolato. Ma credo molto nella forza dei bimbi di sorprenderci con le loro evoluzioni che, per quanto cerchiamo di pianificare e controllare, spesso ci sfuggono e da cui impariamo sempre molto.
Per la prima volta in questo periodo ho sentito su di me forte e netta, senza sconti, la responsabilità di essere solo madre, non più figlia. Di poter contare solo su me stessa ed essere la roccia, la rassicurazione, la pazienza e la sicurezza. Vacillo in segreto anche se mio figlio mi conosce e spesso mi stana.
Come dice il proverbio africano “it takes a village to raise a child”, i bimbi si crescono con il supporto della comunità. Ognuno di noi in questi anni si è costruito la propria comunità di riferimento, indispensabile per accogliere e crescere una nuova vita. Questo è quello che mi manca di più in questo momento surreale, soprattutto in vista del mio parto ad agosto. Spero in una evoluzione in positivo e cerco di restare in contatto, seppur virtuale, con le mamme e i papà che in questi anni sono stati il nostro village. Londra è fatta di quartieri che sono dei piccoli paesi. Abbiamo qui i nostri punti di riferimento e speriamo di ripartire tutti con una maggiore attenzione verso l’altro.
Valeria: mamma e quasi mamma bis
