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Filo Dei Genitori

Ogni Giorno

Ogni giorno, sempre di più qualcosa di grande e incontrollabile ci sta mettendo a dura prova.

Storie sospese in mezzo al dolore e alla morte, alla disperazione, alle infinite e non risolutive richieste di aiuto.

Ma come si resiste a qualcosa del genere per la quale nessuno ti prepara?

Colei che sta scrivendo è un’infermiera di 33 anni rientrata al lavoro nel mese di Gennaio dalla maternità. Ha 2 figli,  un marito che ha sempre lavorato in centro a Milano. Quest’ultimo, dopo qualche tempo dall’inizio dell’emergenza è stato deviato sullo smart working: costretto ad accogliere la sfida senza un lamento, seppur preoccupato.

Così da un giorno all’altro in questa famiglia cambiano le routines, i ruoli si ribaltano: lui sempre a casa con i bambini e lei sempre al lavoro con i suoi pazienti dalle 6 del mattino fino alle 16/17 del pomeriggio.

Una situazione paradossale… in quanto prima capitava spesso che lui rientrasse da lavoro  la sera dopo cena senza riuscire a vedere o salutare i bimbi; ” adesso” era lei che rientrava spesso tardi dal lavoro perché i turni avevano un orario di inizio ma non un orario di fine, anzi, rientrava a casa con un senso di colpa per non essere riuscita a raggiungere tutti gli obiettivi,  per non essere riuscita a confortare tutti i pazienti, a parlare telefonicamente con tutti i parenti, perché non c’era il tempo neanche di guardarsi in faccia con i colleghi. Ognuno faceva il possibile per assistere i propri malati nelle infinite urgenze era come vivere due vite parallele: l’infermiera a lavoro con i suoi pazienti in piena emergenza ed il marito a casa con i suoi figli da accudire e gestire per l’intera giornata.

I giorni passavano e la stanchezza si faceva sentire sempre di più… ma uno dei pilastri fondamentali di questa famiglia riorganizzata in tutto l’assetto è stato rivestito dalla figlia maggiore, che da qualche giorno aveva compiuto 4 anni e che a modo suo si era sempre resa autonoma in tantissime cose, alleggerendo il lavoro del papà che nel frattempo si dedicava al figlio più piccolo di quasi 17 mesi.

Il punto di contatto di tutti e quattro era al pomeriggio quando la madre rientrava dal lavoro che guardava negli occhi ognuno di loro senza neanche poterli abbracciare e gioiva nel vederli star bene.

Sorseggiando una tazza di caffè caldo amorevolmente preparata dal marito avveniva il secondo passaggio di consegna per poi dividersi nuovamente.

E così, un giorno dopo l’altro, senza sosta, per mesi!

Nonostante tutto ce la stavamo facendo anche se a volte la stanchezza fisica e mentale faceva partire la testa con i suoi lunghi viaggi difficili da controllare. Loro a casa si facevano carico di una mamma/moglie che magari durante la cena era fisicamente li ma con i pensieri era altrove e rinveniva soltanto con le parole della figlia che le rimbombavano nella testa con un tono sempre più alto:” mamma ci sei?, mamma cosa stai pensando? mamma mi ascolti? ” e così all’improvviso riemergeva!

C’erano giorni in cui non riusciva a dare ne a fare nulla in casa, cercava di mantenere delle scorte di energie per ripartir il giorno dopo e nonostante il suo “egoismo” loro non chiedevano nulla se non le dovute attenzioni di cui avevano bisogno.

Il momento più bello per lei era quando il piccolo la guardava raggiungendo delle profondità d’animo indefinite, regalandolo sorrisi e “carezze” in viso e quando la piccola andava a augurarle buon riposo e buonanotte rimboccandole le coperte e cantandole la ninna nanna.

Espressione di amore tenero e incondizionato.

Tra i due adulti, sguardi, abbracci, poche parole ma tanta complicità, rispetto e sentimento.

Spesso captava di pensare alla difficoltà di ritornare alla normalità, di veder sfumare quelle aspettative di cambio di vita per alcuni, la sensazione di precarietà dilatata dall’emergenza per altri.

Amori, famiglie, amicizie distanti che si rincorrevano tra una videochiamata durante una cena virtuale! La dura realtà di quelle persone, quelle famiglie che si trovavano senza supporto da parte dello stato, soli a lottare contro la crisi, la solitudine portata dai giovani volontari, alle future mamme e nelle mamme che vivevano la gravidanza nella paura e nella preoccupazione e vivevano il parto da sole senza poter vedere nessuno, con tutte le ansie di ritrovarsi genitore all’improvviso!

Dopo mesi di sacrificio per tutti ma anche di incoscienza di molti altri, purtroppo, ci ritroviamo punto e a capo. Oggi 15 Ottobre è sempre l’infermiera di 33 anni quasi 34 che scrive e che non vuole ulteriormente esprimersi se non dirvi che la vita è un dono e come tale va custodito: “responsabilità individuale e rispetto altrui”

Una mamma, un’infermiera

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